Lettera di Ugolino di Segni

Agli Abati Cistercensi

 

ABBATIBUS ET FRATRIBUS FOSSE NOVE ET CASAMARI ET DE SALEM

HUGO MISERATIONE DIVINA HOSTIENSIS ET VELLETRENSIS EPISCOPUS SALUTEM IN AUCTORE SALUTIS


AGLI ABATI FRATELLI DI FOSSANOVA, CASAMARI E SALEM

UGOLINO, PER GRAZIA DIVINA VESCOVO DI OSTIA E DI VELLETRI

NEL NOME DEL SALVATORE


Testo tratto dal confronto fra il Codice di Salem IX, del secolo XIII, conservato nella biblioteca di Heidelberg, e la trascrizione pubblicata nel 1879 dall’Archivio Società Romana di Storia Patria – 2.


Heidelbergensis bibliothecae cod. Salem. IX. 3°. Membr. Sec. XIII continet fol. 140 verso Hugonis Ostiensis et Velletrensis episcopi, qui postea papa Gregorius IX factus est, epistulam, quam credo nondum esse impressam. Scripta autem est, quo tempore Hugo, qui apostolicae sedis legatione fungebatur, in Germania versabatur, quod anno et 1207. et 1209. factum est.

Il Codice Salem IX – 3° Membr. del secolo XIII, conservato nella biblioteca di Heidelberg, contiene, al foglio 140, l’epistola di Ugolino, vescovo di Ostia e di Velletri, poi divenuto papa Gregorio IX, che si ritiene inedita. E’ stata scritta nel tempo in cui Ugolino si trovava in Germania, con l’incarico di legato della sede apostolica, negli anni fra il 1207 e il 1209.


Abbatibus et fratribus Fosse nove et Casamari et de Salem Hugo miseratione divina Hostiensis et Velletrensis episcopus salutem in auctore salutis.

Ai miei diletti fratelli, Abati di Casamari, Fossanova e Salem, Hugo, per grazia divina vescovo di Ostia e di Velletri, vi saluta in nome del Salvatore.


Fratres, secundum multitudinem dolorum meorum, quibus in transitu patris et domini fratris Rainerii, memorie venerande, miser et postumus cotytidie vulneror et affligor, consolationes inuenire non possum, quia defectus quem ex iactura intempestive illius migrationis incurri, qui ut in me Christus formaretur, parturire cottidie conabatur, ut filium liniamentis spiritualibus imperfectis quasi me reddit abortivum, patre de hac luce migrante, antequam filius produceretur ad lucem.

Fratelli, infelice e derelitto, non riesco a trovare conforto all’infinità dei miei dolori, dai quali sono straziato e tormentato ogni giorno, di fronte alla morte del padre e fratello Raniero di incancellabile memoria, trafitto dalla improvvisa sventura della scomparsa di colui che per lunghi giorni ha tentato di portarmi alla luce, perché dentro di me il Cristo prendesse forma, lasciandomi però ancora immaturo e imperfetto, come un padre che abbandona il figlio prima che egli abbia visto la luce.


Dic ergo, mi pater, utquid me filium tuum in mundi huius uteri reliquisti, antequam me produceres ad auspitia spiritualis nativitatis et lucis, ut prius me desineres esse pater, quam patris possem filius appellari, nisi quia ex multitudine inquitatum mearum, que supergresse sunt caput meum, factus sum nominis patrii, nedum patrie virtutis indignus?

Dimmi dunque, padre mio, perche’ hai abbandonato tuo figlio nel grembo di questo mondo, prima di portarmi a conoscere la luce della nascita spirituale, quasi rinnegando il tuo ruolo di padre, prima ancora che potessi chiamarmi tuo figlio? Forse per farmi sentire indegno del nome di figlio e della tua paternità, per le molte iniquità che ho lasciato addensare sopra il mio capo?


Quis enim potest compescere gemitus, singultus et lacrimas continere, de tanti patris amisso solatio? Cui ille de spiritu suo super omnem carnem effudit, donorum suorum mensuram ita contulit effluentem, ut in puro homine, tam immensa mensura virtutum, immensitate sui mensuram excedere videretur?

Chi puo’ soffocare i lamenti, chi può trattenere il dolore e il pianto, avendo perso il conforto di un padre come te? Chi può, se sopra tutto il suo essere il padre ha diffuso tale infinita abbondanza  di suoi doni, da sovrastare ogni suprema dimensione umana?


Quarum aliquas quotiens conor sermone licet inculto describere, stupet animus, caligant oculi, manus fremit, lingua balbitat et verborum inopia copia redimitur lacrimarum.

Ogni volta che cerco di descrivere tutto cio’, seppure con espressioni carenti, l’anima si sconcerta, gli occhi si annebbiano, la mano trema, la lingua balbetta e le parole inadeguate si perdono nelle troppe lacrime.


Rachel, filia Syon, vox tua in Rama audita est, plorans filios tuos; hiis lacrimis iunge lamentum, descende de solio tuo, sede in terra, tuo viduata dilecto, quem licentius poteris plorare quam filios, per quem tuos filios genuisti.

Rachele, figlia di Sion, il pianto sui tuoi figli è giunto fino a Rama. A queste lacrime unisci il tuo lamento, scendi dal tuo soglio, prostrati sulla nuda terra, abbandonata dal tuo diletto, che puoi piangere ancor più dei tuoi figli, che generasti per opera sua.


Queso ut recogites, quanto tempore pro te servierit patre tuo, quando pre magnitudine amoris tui, pauci dies sibi videbantur laboris et licet sorori tue quandoque adheserit te nolente, a tuis tamen amplexibus non recessit, te pretulit, te super omnia in hac vita dilexit.

Ti chiedo di rammentare per quanto tempo sia stato al servizio di tuo padre, nella speranza di averti, e quanto leggera gli fosse la fatica dedicata a te. Rammenta che anche quando si accostò a tua sorella, Lia, non tradì mai l’intima unione con te, ma ti ha sempre preferito e ti ha amato sopra ogni altra cosa della sua vita.


Et quamquam aliquando ex obedientia in Marthe sollicitudine turbaretur, cum Maria ad pedes Ihesu continuo fugiebat et momentanei laboris agone longa verbi dei dulcedine redimebat.

E benché talvolta per obbedienza si lasciasse coinvolgere nell’operosità di Marta, cercava sempre di rifugiarsi ai piedi di Gesù, insieme a Maria, placando con la dolcezza della voce divina la lunga sofferenza della fatica quotidiana.


Moysen famulum dei in uertice montis Nebule circa Ihericho mortuum xxx diebus planxit Israhelitici populi mutitudo et tu patrem, dei et hominum mediatorem, muro Iherico non solum tuba predicationis set in ostensione virtutis et spiritus subvertentem dissimulabis lugere?

Il popolo di Israele pianse per trenta giorni la morte del servo di Dio, Mosè, sulla sommità del Monte Nebo, presso Gerico. E tu nasconderai il tuo dolore per un padre, mediatore fra Dio e gli uomini, che ha fatto crollare le mura di Gerico non solo con la tromba delle sue parole, ma anche con la testimonianza di un somma virtu spirituale?


Plangat Matha, lamentetur Maria, quia sol de celo visus est decidisse, quando pater tantus rebus cessit humanis, qui contemplativus pariter et activus fulgoris sui gratiam iugiter infundebat.

Pianga Marta e pianga Maria, perché il sole è stato visto cadere dal cielo, quando un padre così grande cesso’ di illuminare il mondo dei vivi, rischiarato sia dal suo pensiero che dalla sua operosità.

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Maria et Martha in terra sedeant et vestem lugubrem non deponant, donec in fratre suo Ihesus novo miraculorum genere reducat ad fidem infidelitatis titulo condempnatos.

Maria e Marta si prostrino a terra e non depongano le vesti di lutto, finché (con un miracolo di nuovo genere) Gesù non riconduca alla fede nel loro fratello coloro che non credono.


Dic mihi Abisac Sunamitis decora specie, que in figura Cistercensi ordini precessisti, cuius caritatis ardore iam mundi senescentis et frigidi membra calescant, nonne tua speciositas immutatur et facies pallore suffunditur?

Dimmi Abisac, bella sunamita, che prefigurasti l’Ordine cistercense, che ha cercato di riscaldare con l’ardore della carità un mondo freddo e senescente, non si offuscala tua bellezza? non si soffonde il pallore sul tuo viso?


Utique tacto dolore intrinsecus infirmaris, quia tuus obiit paranimphus, qui te in regis cubiculum inducebat ad calefacendum David, qui virginitatem tuam sincero zelabatur amore , ut non pateretur formam tuam levi infamie macula sugillari.

Certamente di fronte al dolore avrai vacillato nel tuo profondo, per la scomparsa del tuo paladino, che ti accompagnava nell’alcova di David perché tu lo riscaldassi, custodendo gelosamente con amore sincero la tua purezza, perché non fosse neppure sfiorata dall’infamia di una macchia.


Quis consolabitur te, soror in Christo? Ergo quidem verba consolationis non habeo, quibus tuum possim delenire dolorem, qui simili dolore confodior. Factus est tibi pro zona funiculus, pro fascia pectorali cilicium, pro crispanti crine calvitium; omne ornatum tuum deposuisti in tui obitu paranimphi.

Chi ti consolera’, sorella in Cristo? Neppure io ho parole di consolazione per lenire il tuo dolore, poiche’ il dolore travolge anche me. Ti sei spogliata di ogni ornamento, sostituendo il tuo cinto con una funicella, il tuo manto con un cilicio, i boccoli della tua chioma con la calvizie, per la morte del tuo nume tutelare.


Sed patienter expecta, donec induatur virtute ex alto et, quod hucusque latuit in absconso, clarificetur in propatulo. Set patienter expecta, donec ipsum cum Ihesu in mensa celesti videas convivantem, cuius virtute et merita toti fere orbi notoria melius Mauritania quam Italia didicit, ubi miraculorum insignia ad infidelitatis duritiem molliendam per ipsum est dominus operatus.

Attendi con pazienza, finché una luce dall’alto mostri a tutti ciò che si nasconde nel buio. Attendi con pazienza, fino a quando lo vedrai assiso, con Gesù, alla mensa celeste, sapendo che le sue virtù e i suoi meriti erano noti in ogni parte del mondo, ancor più in Mauritania che in Italia, dove, attraverso lui, il Signore operò cose meravigliose e miracolose, per addolcire la mente degli infedeli.


Set ut sanctus videri nolens, quanto gloriolas et rumuscolos fugiebat, ut nomine et numine haberetur inferior, tanto divina providentia, non patiens sub modio latere lucernam, signa sue potentie per ipsum fidelibus ostendebat, ut etiam spiritus prophetie, sicut plerisque fratribus notum est et ego ipse testari possum, in ipsum donum divine largitatis effuderit.

Ma quanto più cercava di nascondere la sua santità, quanto più fuggiva le piccole glorificazioni e la popolarità, per restare nell’ombra, di nome e di prestigio, tanto più la divina Provvidenza, non tollerando che la lampada fosse nascosta sotto il moggio, manifestava ai fedeli i segni della propria potenza nelle sue opere, mostrando con quanta abbondanza avesse infuso a lui lo spirito profetico, come a molti fratelli è noto e come io stesso posso testimoniare.


Quid dicam de ipsius inaudita in utroque testamento peritia, in cuius mente spiritus littere sine dubitatione vivebat, qui in facunditate sermonum, in elegantia et urbanitate verborum Origenem sequebatur et Didimum? In sententiis ab Hylario, Censorino, Victorino, in historiarum indagando ministerio non differebat a Gregorio Nazanzeno et nostro Gregorio, ita ut, cum os suum in medio aperiret, ecclesie, flumina de ventre eius aque vive videbantur effluere.

Cosa potrò dire dell’inaudita competenza nell’uno e nell’altro Testamento di quest’uomo, nella cui mente albergava senza esitazioni lo spirito della parola divina, eguagliando Origene e Didimo nella facilità di parola, nell’eleganza e nella delicatezza delle parole? Nei giudizi non era inferiore a Ilario, a Censorino, a Vittorino e nell’analisi dei fatti non era secondo a Gregorio Nazianzeno e al nostro Gregorio, tanto che, ogni volta che apriva bocca nelle assemblee sgorgavano da lui sorgenti di acqua viva.


Cuncti ammirabantur in ipso sermonis divini facundiam divinitus inspirati, in cuius multi facti sunt facunditate facundi.

Tutti ammiravano in lui l’eloquenza nella parola divina, ispirata dal cielo, che ha saputo trasmettere a molti altri la sua facondia.


Hec tota novit Hispania, nedum Ytalia obitu patris Ytalici viduata. Novit hec plenius summus pontifex papa Innocentius, cuius innocentiam domino orationibus et lacrimis commendabat.

Tutto ciò conobbe la Spagna, ma anche l’Italia, resa vedova dal transito dell’italico padre. Di ciò è consapevole anche il sommo pontefice, papa Innocenzo, la cui innocenza affidava al Signore, con le preghiere e con le lacrime.


Vere ipse fuit angelus domini, qui de celsitudine contemplationis quandoque descendit amictus nube littere, yrim spiritualis intelligentie habens in capite, ad cuius rugitum septem tonitrua loquebantur et dabant voces allegoricas et morales.

Egli fu veramente un angelo del Signore, disceso dal cielo della contemplazione avvolto di sapienza letteraria,  con il capo adorno dell’iride della sapienza dello spirito, al cui richiamo risuonavano sette tuoni, dando voce all’eloquenza e alla rettitudine.


Frequenter usque ad tercium celum repente rapiebatur in cursu et oratione verborum et referebat archanaque nemo loqui noverat preter ipsum.

Spesso, mentre le sue parole sgorgavano, il suo spirito saliva fino al terzo cielo, per conoscere segreti che nessuno, oltre a lui, aveva saputo esprimere.


Et licet monachus asperitatem in se cottidie ordinis aucmentaret, de licentia ad Pontianam transivit insulam, ut familiarius consortium dominici sermonis haberet , ad quem velud ad alterum Helyseum concurrerunt filii prophetarum, de suo spiritu desiderantes habere. Ibi reges, principes, prelati rigorem tam rigide religionis et vite necessariorum subventione devota pro reverentia tanti patris mitigare desiderabant.

E benché il suo rigore monacale crescesse di giorno in giorno, ottenne di poter tornare nell’isola di Ponza, per poter effondere le sue parole in un ambito più familiare, ed a lui accorrevano, come un nuovo Eliseo, i figli dei profeti, desiderosi di abbeverarsi al suo spirito.  E qui anche re, principi e uomini di chiesa cercavano di mitigare il rigore di una vita e di una disciplina così severa con il loro devoto contributo, in venerazione del suo grande paterno prestigio.


Sed ipse, quem a lectione sompnus, ab oracione cibus minime revocabat, lautiores cibus ut venena vitabat et eius cum sancto Iheronimo inter frutecta latentis pallebant ora ieiuniis et mens tota celestibus desideribus estuabat ac in homine in sua iam carne premortua repugnantia vitia subiugabat inedia.

Ma lui, che né il sonno né il cibo riuscivano a distogliere dalla parola e dalla preghiera, evitava le vivande pregiate come fossero veleno e il suo viso, come san Gerolamo, appariva pallido per i digiuni in mezzo ai frutti copiosi e la sua mente ardeva solo di desideri celesti. Nel suo corpo la carne, già pronta al sonno eterno, dominava col digiuno ogni peggiore tentazione.


Inde sancte veniebant epistule et illuc epistule mittebantur. O pater ubi est illa sancta epistularis collatio, que floribus ornata virtutum meum animum sanctarum scripturarum solatio recreabat?

Colme di santità, da qui partivano lettere e qui giungevano lettere. Padre mio, dove sono finiti i tuoi santi scritti, decorati con i fiori della virtù, che rigeneravano il mio animo con il conforto delle sacre scritture?


Rogo, supplico, peto ut mei peccatoris, quem in mundo licet indignum habebas ut filium, recorderis ante divine gloriam maiestatis existens, quia carnis conditione deposita, facilius te credo spiritualia posse impetrare, si velis. Nec, queso, id post transitum a tua recedat memoria, in quo te mihi dominus obligavit.

Ti prego, ti supplico e ti invoco, perché tu, al cospetto glorioso della divina maestà, ti ricordi di me peccatore, che nel mondo avevi come figlio indegno, poiché, non più prigioniero della carne, più facilmente potrai chiedere aiuti divini, se lo vorrai. Ti prego, non scordartene ora che te ne sei andato, perché il Signore mi ha affidato a te.


Hanc lucubrantiunculam in Germanie partibus multis occupationibus et angustis maxime spiritus prepeditus ocio negante brevitur de tanti patris transitu resticano et inpolito sermone descripsi; signa, vitam et merita eius plenius dante domino descripturus. 

Scrivo questi miei poveri pensieri alla luce di una candela, di notte, perché i molti impegni di ogni giorno mi impediscono anche un solo attimo di tranquillità e di riflessione, ma le mie parole suonano grezze e inadeguate per descrivere qualunque cosa di lui. Forse, con l’aiuto del Signore, potrò in futuro descrivere in modo più accurato la sua vita, i suoi miracoli, i suoi meriti.